I PRIMI MESI CON AMMA

Di Maria Giovanna Venditti – Volontaria Servizio Civile 2016/2017

Sono trascorsi oramai due mesi da quando ebbi il mio primo contatto con gli utenti del Caffè d’Enrichetta. Ricordo ancora con il sorriso quella giornata, trascorsa velocemente tra presentazioni e incontri che mi hanno aperto la mente verso vissuti preziosi, di cui il tempo è assoluto custode.

È bastato uno sguardo spontaneo con una degli utenti per capire che questa sarebbe stata un’esperienza che avrebbe arricchito il mio sentire e trasformato ogni idea precostituita attraverso cui avevo magari fantasticato tale realtà.

Ogni giorno passato in loro compagnia è diverso dal precedente, nonostante i tratti spesso ripetitivi e stereotipati della malattia.

Ogni giorno sul loro volto, scolpito da i segni di una vita trascorsa tra sacrifici e affetti, si legge un mondo emotivo che deve essere accolto con un rispetto tale che ne restituisca la pienezza della loro dignità di persone prima che di malati di Alzheimer. Ricordi frammentati si intrecciano con quelli persistenti che emergono con vigore quando ci si diverte ad intonare canzoni della tradizione o a citare proverbi, ritornelli, modi di dire o battute di spirito.

Il tempo sembra arrestarsi nell’attimo della condivisione, dello scambio, tutto assume contorni dalle tinte accese e brillanti. La malattia ora è solo un remoto ricordo, ci si sente più leggeri perché si è meno soli.

La quiete è però ben presto spezzata da momenti in cui si è angosciati da paure intrusive e ansie globalizzanti. Ritorna il tempo della malattia e della sua sintomatologia, per dirla in termini tecnici, il tempo del non tempo, del vuoto e dello smarrimento, della dispersione.

I loro volti sorridenti lasciano il posto ad espressioni contratte, tutto diventa estraneo e angoscioso, nuovo e spaventosamente destabilizzante.

In questi attimi molto forte è in me la sensazione di accudimento e così istintivamente afferro la loro mano per intrecciarla alla mia, sfioro le loro guance con una dolce carezza o pongo la mia mano sulla loro spalla per dire loro che non sono così soli in questo turbinio di emozioni a volte così paralizzanti.

Il tono di voce diventa più pacato e lento per smorzare un’ansia divorante. Ed ecco che, il più delle volte, dopo poco il cielo della serenità torna ad essere terso, la malattia e i suoi sintomi diventano meno assordanti, anche se solo per istanti ben definiti e limitati.

Uno dei momenti che preferisco è quando li vedo cimentarsi con attività creative, la malattia non è riuscita a mettere un freno alla loro voglia di fare, di realizzare, di dar vita a qualcosa di originale. Il tavolo intorno al quale di solito si riuniscono assume, così, tinte accese, brillanti e forme diverse, poliedriche.

È un gioco di colori, di materiali, di mani operose che non hanno paura di sporcarsi o di non essere più così funzionali come prima, la loro voglia di fare e di divertirsi nel fare è troppo forte per poter rallentare la loro operosità.

È una vera e propria gioia che fa sorridere il cuore quella che provo quando sono così soddisfatti del lavoro prodotto, osservano orgogliosi il frutto di ciò che la malattia non è riuscita a cancellare: le tracce della loro fantasia, del loro estro.

Altri momenti che mi piace condividere con loro sono quelli che li vedono impegnati in attività distensive come passeggiate all’aria aperta, palleggi sorridenti o piccoli esercizi che li aiutano a mantener attivo e vitale il loro corpo oltre che il loro spirito.

Il tempo trascorre velocemente e la mente è più libera, può spaziare e avanzare tra gli ostacoli organici che la malattia, purtroppo, può generare.

Ed ecco che arrivo a parlare della cosa che più di tutte mi ha toccato, che è entrata dentro di me e ha sfiorato le mie parti più profonde, facendomi entrare in totale sintonia e sintonizzazione empatica con gli utenti. Mi riferisco alla musicoterapia e al vissuto ogni volta intenso che mi lascia. Per me questa è stata la prima volta in assoluto che ho avuto modo di accostarmi a tale esperienza e sicuramente posso dire che mi resterà ben impressa. Apparentemente molto semplice nel suo sviluppo ed organizzazione ma in realtà dentro di me risultata molto complessa per ciò che mette ogni volta in movimento.

L’accordo perfetto tra vissuto emozionale e situazione relazionale, tra momenti di assoluta poeticità e di felice spensieratezza risuonano producendo melodie armoniose. Risuona il tempo dell’essere parte di un gruppo ricco di un bagaglio esperienziale ed emotivo che plana sul tramonto della vita.

Mentre canzoni della tradizione cullano i miei pensieri rifletto sul fatto che finché si ha un “compagno di viaggio” con cui condividere e appoggiarsi nei momenti di smarrimento nessuna difficoltà o nessun non ricordo morirà solitario.

Ciò che questa esperienza sta depositando giorno dopo giorno non è condivisibile con delle semplici e magari scontate parole, non può essere incorniciato da poche righe ma può essere vissuto nella pienezza dei sorrisi lasciati e della forza sprigionata da quella strana ma fantastica quotidianità chiamata vita.

 

 

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