Luisa

Quando mi hanno chiesto di partecipare a questo progetto sul significato di casa l’idea mi è piaciuta, ma poi mi hanno dato una macchina fotografica e ho detto no.
Non è perché non sappia fare fotografie. O forse sì, ma non è questo il punto. È che una fotografia chiede di fermare qualcosa, e io non so più cosa valga la pena trattenere.

Le fotografie le faceva lui, mio marito.

Non era solo una questione di bravura. Era il suo modo di abitare il tempo. Io vivevo, lui custodiva. Io attraversavo i giorni, lui li salvava senza farmene accorgere. C’era sempre uno spazio tra noi dove le cose accadevano e restavano, come se nulla potesse davvero perdersi.
Quando c’era lui, c’era la casa.
La casa era quella condivisione silenziosa, quel sapere che ogni cosa, anche la più piccola, aveva un testimone. Era esserci insieme, senza doverlo dire.
Adesso sono due anni che lui non c’è più.
Io sono rimasta qui. Non so nemmeno dire perché.
Sento la sua mancanza e dentro di me c’è un vuoto che non si lascia nominare e che non mi fa più sentire comoda in una casa che parla di un noi che non c’è più.
A volte penso che sia questo a tenermi qui: non la casa, ma ciò che nella casa non trova più posto.
Le fotografie, adesso, non hanno senso.
Farle sarebbe come aprire una porta su un tempo che non posso più attraversare. Ogni immagine mi riporterebbe a quando eravamo in due, a quando il mondo aveva una forma condivisa.
Però la casa in campagna, quello scorcio di natura che mi riconnette con il tutto mi piace ancora vederlo e sentirlo. Mi piace stare lì, anche se tanti sono i lavori che si dovrebbero fare. I figli un giorno se ne faranno caricato e ne decideranno le sorti.
E così alla fine il coraggio di fare quelle foto l’ho trovato, ho acceso una luce su questo borgo di magia dove il camino restituisce il calore e gli ulivi incantano l’aria regalando un’atmosfera delicata di benessere.

E il Parkinson?

Il Parkinson è nel corpo. È il tremore, la lentezza, la fatica nei gesti più semplici. Ma non è questo che mi definisce.
È come se il corpo portasse il segno di qualcosa che è accaduto altrove.
Uno stato del corpo in un’anima ferita.
E io resto qui, in questa distanza tra ciò che ero e ciò che rimane, a cercare una casa che forse esiste solo dove eravamo insieme, in un sogno pieno di natura e luce

Tiziana

C’era una volta una casa, quattro mura utili per consentire il passaggio, fare i servizi indispensabili di cambio, appoggio e poi uscire di corsa per vivere fuori da li. Lavoro, uscite, spesa, shopping, incontri con amiche … la vita era altrove e rimanere lì dentro mi dava irrequietezza.
Mi scattava una strana sensazione di frenesia, di dover andare via e uscire, perchè credevo che la vita sarebbe scappata via se non fossi uscita ad inseguirla.


C’era una volta una casa, un luogo per permettermi di esistere altrove.
Eppure non sono riuscita a separarmi da quelle mura. Mio marito lavorava a Bologna… ma io no, io non l’ho voluto raggiungere. Troppo lontano dalla mia famiglia. Con mia mamma ho sempre avuto un rapporto molto stretto e non sono riuscita a separarmi da lei e dal resto della mia famiglia.
Oggi mi dico per fortuna.
Prima pensavo di aver perso un’opportunità importante…chissà.
Ora, con la diagnosi, no …. Io resto.
Resto in questa città, resto a casa di mia madre e resto nel ruolo di figlia, per necessità. Lei è forte, incredibilmente forte. Una di quelle donne che sembrano fatte di un’altra materia. Va al mare, si organizza, vive. La guardo e mi sembra di non aver ripreso nulla da lei. Guardo mia figlia, l’altro grande amore e collante della mia vita, e so che la forza di mia madre è passata a lei.

E allora va bene anche così.


Da quando ho ricevuto la diagnosi, Parkinson, la mia vita è cambiata.
Il mio corpo si è trasformato e sono entrata in un’altra dimensione…e allora… c’era una volta una casa solitaria, ora non più.
Ora c’è una casa che si è trasformata in fortezza. Il mio castello imbattibile, dove mi sento sicura, dove la vita scorre solo dentro le sue mura e fuori…fuori tutto diventa più grande di me. Con forza inaspettata e con crudele prepotenza è tornata lei, una compagna che pensavo di aver lasciato definitivamente, una tenaglia che mi stringe forte fino quasi a soffocarti.
Lei, la depressione.
La conoscevo come presenza discreta, quasi educata ora è una voce che riempie tutto, che anticipa ogni gesto e che grida “Non ce la fai”.
…e io le credo… piango e mi blocco.
Resto così nel soggiorno, la mia stanza preferita. Guardo la televisione, pedalo sulla mia ciclette … mi sono costruita una routine perfetta, tutto è alla mia portata, mi sento serena, mi conforta e qui neanche la sua voce può nulla. In questa casa si svolge la mia vita, fatta di gesti lenti, movimenti silenziosi e parole che si dilatano nel tempo. Ogni gesto è al suo posto, ogni orario è rispettato e nessuna variazione può avvenire.
Mi sembra una prigione, ma questa rigidità mi consola.
Vorrei uscire, vorrei tornare a vivere, vorrei aprirle la porta e dirle di andare via, sia alla depressione sia al Parkinson…ma poi le forze mi abbandonano.
E allora resto.

Raffaele

Mi hanno chiesto di parlare di casa, di quello che sento quando penso a “casa”…la verità è che ci ho provato, ma ho preferito non pensare…

La mia vita si è spezzata in due. 

C’è un prima e c’è un dopo. In mezzo solo una parola che non si dimentica: Parkinson.

Una diagnosi, uno spartiacque netto, senza ponti. 

Prima ero altro, migliore? Non saprei, ma intero. Avevo un ritmo, un senso, una direzione. Lavoravo sempre fuori, mesi lontano da casa come funzionario in un’azienda che mi chiedeva presenza continua, tanto che ho tralasciato la famiglia. La casa la sfioravo appena, come un luogo di passaggio che non ho mai abitato, ma che tuttavia sapevo esserci. Era mia. Era della mia famiglia, nostra. 

Una villa grande, piena di spazio, piena di possibilità. C’erano anche gli animali, avevamo molti cani, presenze silenziose e allegre, piene di vita, riempivano gli angoli del giardino e regalavano grande affetto. 

Poi la casa si è svuotata, era diventata troppo grande e così abbiamo deciso di traslocare. Devo dire che questo passaggio non è stato difficile, siamo una grande famiglia ed ognuno di noi ha portato qualcosa, una scatola, un quadro, una pianta … un pezzetto di sé … un passaggio semplice, rapido… 

Poi una parola e tutto si è incrinato. 

Dopo la diagnosi è come se un velo fosse calato davanti ai miei occhi. Lo vedo, lo riconosco. So che c’è e so anche che si chiama depressione. Ma sapere non basta. 

Sono riuscito a pronunciare davanti ad altri questa parola solo pochi giorni fa. 

Mi sta divorando. 

Guardo gli altri e li vedo reagire, li sento parlare di forza… di un senso della malattia… di rinascita. 

Io no.

Io resto fermo. Seduta davanti alla televisione, le ore scorrono senza lasciare traccia. Il gatto accanto, come unica compagnia che non mi chiede spiegazioni. 

Non esco, non voglio vedere nessuno. Non voglio sentire nessuno. 

Soprattutto, non voglio quello sguardo. 

Lo sguardo pieno di compassione. Non quella che scalda, ma quella che separa. Quella che ti rende altro. Patetico, fragile, diverso. E la verità è che hanno ragione.

Perché io lo so.

So che sono diverso, lo sento inconfondibilmente. 

So che una parte di me è morta.

E non lo accetto!

Come si può accettare la propria morte, quando si è ancora vivi?

Come si fa a riconoscersi, quando ciò che eri si è trasformato?

Non sono più quello di prima, non sono più io…

E allora chi sono?

Non sono pronto per la risposta così mi siedo davanti la televisione e guardo quello che mi propone senza troppo entusiasmo, in un tempo sospeso che non mi appartiene. 

La casa oggi non è più un rifugio, ma lo specchio di ciò che sono diventato. 

Un luogo che vivo, ma che fatico ad abitare.

Ninetta

Tre case, tre luoghi, tre modi diversi di essere al mondo. 

La prima casa è lontana, oltre il mare. È in Argentina a La Plata. Mio padre emigrò lì per trovare lavoro e, un anno dopo la sua partenza, io e mamma lo raggiungemmo in quei luoghi dove ho imparato ad essere bambina. Ricordo la luce, una luce piena, calda, che sembrava non finire mai. Ricordo le risate, le amiche, la scuola. Ricordo che volevo sempre andare io, nel turno di mattina, ad alzare la bandiera e quando facevo il turno di pomeriggio correvo felice ad abbassarla. Un piccolo rito che dava ordine al tempo, che mi restituiva il calore della casa, la mia casa, il mio luogo, la mia infanzia felice. 

Tutto aveva il sapore della scoperta, guardato con gli occhi curiosi di chi non ha paura del mondo, ma lo assapora ogni momento. Anche il viaggio di ritorno lo ricordo come un sogno: la nave, il mare, una felicità sospesa, luminosa. 

Per anni ho avuto una nostalgia tremenda, mi mancavano le amiche, mi mancava la scuola, mi mancava quella serenità. Una nostalgia che mi ha tenuta in ostaggio, perché i luoghi dell’infanzia, quando sono stati felici, non si abbandonano mai davvero: restano dentro, come una stanza sempre illuminata. 

Alcune amiche le sento ancora oggi, benché non ci sia stata più l’opportunità di vedersi di persona. 

La seconda casa è arrivata con l’amore. Con mio marito ho costruito una nuova vita ed un nuovo luogo, ho assaporato di nuovo quella sensazione di calore e accoglienza nelle mura che mi appartenevano. Mia mamma è venuta ad abitare con noi. Non ci siamo mai separate, noi due, prima ero io a vivere con lei, poi è stata lei con me. Non ci siamo mai lasciate davvero. 

Era una casa piena di armonia. Un compagno capace di starmi accanto, di accogliere la mia forza, le mie decisione senza mai spegnere il mio entusiasmo. I bambini, poi, hanno ridato il sorriso alla casa. Una risata viva, cristallina, che mi ha fatto tornare indietro nel tempo a quando ero bambina, facendomi ritrovare ciò che pensavo fosse perduto: la luce dell’infanzia… ma più consapevole. 

La casa ha cambiato respiro… e anche io.

Poi è arrivata la terza casa, il mio terzo mondo, quello che abito ancora oggi. 

Non l’ho scelta, ma l’ho abitata lo stesso. 

La perdita di mia mamma, la malattia improvvisa di mio marito, la sua di scomparsa… i figli, ormai cresciuti, pronti a varcare la soglia della porta d’uscita con la valigia in mano…

Le stanze si sono svuotate piano piano, senza rumore. La casa è rimasta, ma diversa, più silenziosa. 

Eppure non è rimasta vuota. 

Sono rimaste le amicizie. Quelle vere. Quelle che non hanno bisogno di sangue per essere famiglia. L’amicizia per me è una casa che si sceglie, ogni giorno, nonostante tutto. 

È una porta aperta, un gesto, una presenza che entra quando la luce si abbassa. 

Credo che nel buio, al calar della sera, quando il tramonto lascia scorrere senza freni il dolore che si è provato, con te resta solo chi ha la capacità di farlo.

Si condivide un sentimento, che se negativo può trasformarsi in qualcosa di positivo. Pochi amici, ma capaci di scaldare il cuore di una folla. 

E allora si ricomincia. Si esce, si vive, ci si aiuta, ci si sostiene e si impara a vivere più case, quella dove ce n’è più bisogno. 

Ed è forse questa la bellezza della vita: restare, nonostante tutto. 

Carolina

Casa non è un indirizzo: è una condizione della mia anima!

Ogni luogo diventa casa quando mi fa sentire bene ed in genere sto bene dappertutto. “Casa” è quando riesco a pensare che lo spazio che vivo in quel preciso momento sia stato creato apposta per me e mi piace, mi fa sentire speciale, a mio agio. 

Con questo non voglio dire che vivo sotto un ponte e giro il mondo senza fissa dimora! Anche io ho la mia casa, che adoro, perché parla di me, perché ogni angolo racconta qualcosa, ogni oggetto è una traccia, una memoria, un frammento di identità che si mischiano. Non c’è perfezione, non c’è ordine da rispettare se non quello del rispetto dell’altro: è una casa da vivere, senza nessuna stanza intoccabile o angoli inesplorati. Accesso consentito ovunque, perché casa mia richiede presenza, richiede movimento, in qualsiasi forma lo si possa fare, richiede quotidianità.

Proprio per questo chi viene da me troverà sempre la pasta e troverà sempre il pane. La certezza del pane è la colonna portante di tutta la casa. Il pane è come me in fondo, si accompagna con tutto e sta bene con tutto e poi c’è lei, la regina “scarpetta”!

Potrebbe in effetti essere uno dei gesti che mi rappresenta: semplice, onesta e concreta, quasi filosofica nella sua essenzialità. Non si spreca nulla, si raccoglie fino in fondo e si rende onore a ciò che c’è. 

Ogni attimo della nostra vita andrebbe vissuto così, facendo una bella scarpetta del presente. Mi piace cucinare, mi da la sensazione che ci sia un dialogo continuo tra ciò che preparo e ciò che sono. C’è però un ma. 

In tutto questo ho perso l’olfatto. Non riesco più a riconoscere gli odori. Questo crea un sottile vuoto, invisibile ma profondo. Senza sentire gli odori, il gusto si incrina, perde una parte di sé, l’atmosfera stessa sembra mancare di qualcosa, l’aria diventa meno poetica. Allora mi affido ai ricordi, quando percepivo tutto, cercando di riprendermi un pezzetto di mondo al quale non posso più accedere. Torno indietro nel tempo e lì ritrovo i profumi: li ricostruisco, li immagino e li abito di nuovo. 

Poi penso… però, che fortuna! Io posso scegliere cosa ricordare, gli altri le puzze le devono sentire per forza! Ridiamo con gli amici e proviamo ad odorare un’ascella dopo la palestra…io non sento nulla, mi sembra che non ci siano problemi possiamo uscire!! Ridiamo ancora ed è così bello prendersi un po’ in giro. 

Così vivo in questo equilibrio tutto mio, fatto di presenza e mancanza, tra ciò che sento e ciò che ricordo… e penso che anche questo sia un modo affascinante di abitare il mondo. Un modo tutto mio.

Caterina

La mia casa, quella con le quattro mura, sono io. 

Casa parla di me, racconta di me e si nutre di me, del mio passato, dei miei dolori e delle mie felicità. 

Dentro casa mi sembra di rientrare in una sorta di grembo materno, dove mi abbraccia il calore di chi vive con me e di chi passa di lì per una festa, un caffè, un saluto o una chiacchierata e, allo stesso modo, riceve un abbraccio pieno di cura da me.

Perché casa è famiglia.

E’ stare insieme, prendersi cura nel preparare un dolce per una prossima visita, assaporare la compagnia delle amiche/amici che mi vengono a trovare. 

La casa è diventata ora il mio spazio, dove mi riconosco e dove posso essere me stessa nei momenti felici e in quelli pieni di dolore. 

Lei, la casa, sa accogliere ogni emozione, le assorbe e le trasforma in atmosfere e io lì mi sento serena. 

Ma non è stato sempre così, sono cambiata molto in questi anni… 

Se le quattro mura potessero parlare racconterebbero di un profondo dolore, della morte di mio fratello, annegato, senza che nessuno dei presenti potesse dargli una mano, farlo risalire da quelle acque che sembravano più una pozzanghera che un lago… ma sono bastate per strapparlo alla vita, per strapparlo e me… e con lui il mio cuore si è spezzato. 

In quello stesso periodo mia mamma stava in ospedale affrontando la sua di malattia e li ha passato la giornata quando sono entrata in un’altro reparto per riconoscere il corpo di mio fratello. 

Il mio stomaco ha iniziato a chiudersi fino a rifiutare ogni cosa, non riuscivo a bere, non riuscivo a mangiare, non riuscivo a respirare… avevo 18 anni ed erano troppo pochi per un dolore così grande. 

Il corpo cede ed arriva la mia malattia. Sospettano un tumore allo stomaco, non capiscono, non guardano, non curano… psicofarmaci per tamponare, per prendere tempo, per non avere nessun richiamo dalla coscienza. Mi ricoverano a Torino, ma anche qui sembra che nulla possa dare sollievo al mio dolore. Nel frattempo perdevo peso, ero così magra che mi vergognavo ed ho iniziato ad allontanare tutti.
Come si può condividere un dolore così grande?

Come si può anche solo far capire cosa si prova ad un’altra persona? 

E poi… chi sono io per condannare qualcuno a cui voglio bene a sorreggere un peso così grande? 

Tutti lontano, tutti via… e piano piano tutti si sono allontanati e io sono rimasta sola. 

Sola con me stessa, sola con un corpo che non voleva sapere più di funzionare, sola con una montagna enorme … bloccata, schiacciata da tutto questo… 

A tirarmi su c’è stato mio marito. Lui non si è spaventato, mi ha abbracciato e ha accolto me, il mio peso, la mia storia e mi ha portato in questa casa dove il dolore si è iniziato a sciogliere, dove sono arrivati i bambini e le loro cristalline risate hanno riempito le mura tornando ad essere luminose. 

Lui non ha avuto paura delle mie fragilità, ma sono state il nostro collante; i bambini, ora sono grandi, mi hanno ridato il senso della casa come calore, della casa che può ancora accogliere. Mi piace quando vengono a casa, torno a sentirmi bene quando apro la porta ad amici e parenti, mi scaldano il cuore ed io sono tornata ad avere voglia di essere serena con loro, di prendermi cura di chi viene a trovarmi e di chi voglio bene. 

Non ho il Parkinson, l’etichetta di una patologia in fondo serve ai medici… ma solo chi ha provato su di sé un cambiamento fisico, che affonda nel dolore profondo le radici della propria trasformazione, può comprendere e sorridermi, infondendomi il coraggio di ritrovare me stessa. 

Sono qui perché le relazioni profonde con le persone nascono quando si condivide una storia, la propria storia, a cuore aperto, senza vergogna, senza timore del giudizio, senza sentirsi scomodi. 

Questa è la medicina più grande che ci sia.

Osvaldo

Quando mi hanno chiesto cos’è casa per me, la prima cosa che mi è venuta in mente è stato il mio corpo. Un corpo che cambia, si trasforma, si integra con i pensieri, anche se non ne sei consapevole. 

Il corpo che si abita e che si evolve, come si dovrebbe evolvere la nostra anima. Il pensiero che mi è venuto è stato proprio questo, l’evoluzione emotiva e di consapevolezza che tutti siamo chiamati a fare, ma che non sempre vogliamo affrontare. 

Forse è proprio questo che la malattia mi ha dato, l’opportunità di continuare il mio percorso evolutivo con una forza che non avrei avuto senza…

Poi ho pensato alla mia casa oggi, alle quattro mura che hanno accolto me e la mia famiglia da sempre e ho pensato al calore del camino. Un camino rustico, ampio, quasi due metri di camino! Rivestito in pietra e mattoni, dai colori caldi e con il quale prepariamo delle bruschette favolose, capaci di far venire fame anche al più inappetente.

Il camino fa da collante, quando si accende il fuoco il calore si espande e coinvolge tutti i presenti, spesso accogliamo persone per stare in compagnia e fare due chiacchiere. 

L’allegria riscalda il cuore e fa bene all’anima che cambia, riempie ogni spazio ed è quello che amo della casa. 

Il parkinson non ha fermato tutto questo, ha rallentato, ma non mi ha fatto passare la voglia di fare ironia, di scherzare su tutto, sopratutto su di me. 

La casa resta lì, ferma, accogliente e noi che l’abitiamo iniziamo a rallentare, ma ne respiriamo ogni momento. 

Poi c’è il camper, la casa che esprime la mia libertà. 

Non lo usiamo spesso, ma è lì che mi aspetta paziente e senza fretta. Anche lui sa di non essere il centro delle nostre vite, ma sa che rappresenta la parte complementare delle nostre esistenze, della mia sicuramente. 

L’idea di libertà, di non avere radici, che mi abbraccia quando ne ho bisogno e mi restituisce la serenità di vivere la casa in mattoni. Si bilanciano e dialogano tra loro, come il mio corpo che si trasforma e che mi radica nei luoghi, dialoga con la mia anima che vola libera dove vuole. 

Qui arriva forse per me il momento che più mi fa soffrire. La malattia mi fa rallentare il pensiero, come se pian piano il camper perdesse una ruota per volta… 

Il pensiero mi si blocca, svanisce e resto sospeso nel vuoto. 

Le parole si prendono il loro tempo… a volte non trovano proprio la strada…

“Fa parte del pacchetto Parkinson”, mi hanno detto.

E allora sto imparando a nuotare nel vuoto del pensiero… finché mi ricollego, finché posso ancora assaporare la consapevolezza dei momenti insieme, non mi dispiace. 

Poi guardo il fuoco nel camino che mi accoglie e mi fa stare allegro in compagnia. Guardo il camper che mi garantisce la libertà di cui ho bisogno. Ascolto il mobile antico che ancora racconta di noi… ah, se potesse parlare quel mobile! E assaporo il calore dell’aria che mi circonda e che mi ricollega al presente, anche quando vado in altro luogo restando a casa.

Luigi

Io non so stare fermo a casa.

Ho bisogno di uscire, una volta chiuso il tempo dei preparativi o di quello che si deve fare mi devo attivare. Non so come mai ho questa irrequietezza e frenesia.

Forse è dovuta allo stile di vita che ho scelto di intraprendere. 

Quando ci si sposa e si fanno i figli, bisogna produrre, lavorare, guadagnare, dare qualcosa di più. Si pensa sempre a quello che hanno fatto i nostri genitori e a quello che a noi è mancato, così si corre, si aumenta il lavoro e si finisce per diventare schiavi della propria attività. Prima uscivo di casa la mattina e rientravo la sera. Pensavo a loro, a dovergli dare una possibilità in più, a dargli un gruzzolo o una casa o un lavoro avviato, e tutto questo mi ha portato ad entrare nel loop del lavoro eterno. 

La verità, però, è anche che quando lavoro mi sento a casa. 

E’ proprio l’attività lavorativa che mi permette di sentirmi vivo. Mi piace studiare, aggiornarmi, imparare. Questo mi permette di conoscere e riconoscermi. 

Però questa mia necessità di placare l’inquietudine che mi prendeva a casa ha avuto un prezzo grande che oggi vedo e sto pagando. 

I figli mi rimproverano di non essere stato presente con loro quando erano più piccoli. Forse pensavo che il tempo era lì, potevo prenderlo quando volevo, rimandavo “poi lo faccio, poi ci gioco, poi starò con loro…” e invece il tempo è passato e loro hanno sentito la mia mancanza e io la loro. 

Oggi non farei le stesse scelte. 

Da quando mia moglie ha rallentato il passo e ha iniziato a prendersi cura di se, anche io sono cambiato. Ho iniziato a vedere quello che prima non riuscivo a comprendere. Quando si è giovani si pensa sempre che si può fare tutto, e invece il tempo va via e quando la maturità trova spazio dentro di noi, si rallenta e si comprende.

La malattia di mia moglie ha rallentato lei e ha fatto vedere anche a me quello che mi sono perso. 

Oggi non farei le stesse scelte, mi prenderei il tempo per vivere la casa. 

Ecco oggi la vedo come uno spazio personale, dove si può stare per assaporare il momento. Eppure oggi che sono più presente sono anche più attivo. Faccio molto di più ora che prima in casa, siamo in 5 ma le cose le facciamo sempre in due, con più lentezza e forse con più gusto. 

Vederla così lenta mi ha portato la capacità di guardare il tempo in modo diverso e di poter assaporare gli attimi come vengono, nell’azione, come mi trovo comodo, ma li percepisco, anche se resta sempre in me la necessità del momento in cui andare a rifugiarmi nella mia casa/lavoro, per ritrovare una dimensione a me cara e nella quale sono cresciuto, ma senza fretta, assaporando il tempo e il piacere di fare.

Antonietta

Dunque casa mi fa pensare alle trasformazioni della vita. Da adulti casa è il luogo del deposito: posi la spesa, posi i bambini, posi le carte e la posta, tutto ha un ordine rapido e fugace e tu corri!

Corri dietro al lavoro, corri dietro alle attività dei bambini, corri sotto gli impegni presi e corri dietro al tempo che se ne va… Dentro casa non stai un attimo ferma, cucina, pulisci, sistema i bimbi e fai i compiti con loro mentre apri il computer per lavorare. Respira in fretta che devi sistemare i panni e rassettare la cucina, arrivano ospiti e allora prepara, fai il dolce e metti la tovaglia, quella bella che dà luce alla cucina…


Poi i figli crescono e arriva la diagnosi: Parkinson.

Tutto cambia e la casa perde la sua frenesia. Diventa il luogo della lentezza, dei movimenti goffi, dei respiri profondi…in fondo non devo più correre dietro a nessuno, ma solo prendermi cura di me. In questa nuova dimensione ho riscoperto l’abitate la mia casa, un accumulo di foto, che parlano di tutta la mia famiglia, un accumulo di oggetti e cimeli che parlano di un noi che ha inseguito il tempo e l’ha trovato solo quando ci si è fermati, e neanche per volontà propria!

La malattia mi ha fatto scoprire un nuovo modo di vivere, assaporare il presente, gustare gli attimi. Una rivoluzione a cui non avrei pensato…sedermi e vedere la televisione…
sono proprio io?

Che meraviglia, il presente, il dono da condividere con tutta la mia famiglia che piano piano si allarga sempre di più, con compagni e compagne e
nipotini arrivati e in arrivo.
Finalmente sto bene in casa, la mia casa che da accoglienza. Mi piace quando è piena di voci, quando è piena di presenze e le risate, le chiacchiere si alzano e riempiono tutti gli spazi, mi piace continuare ad appendere foto che raccontano la nostra storia e mi piace condividerla. Il paradosso di tutto questo è che ho la sensazione che la malattia mi abbia restituito qualcosa: il tempo per me. Prendermi cura della mia persona e apprezzare la mia stessa lentezza.

In queste restrizioni fisiche mi scopro libera.

Libera dai doveri incessanti, dalle corse, dalle urgenze che prima riempivano
ogni spazio. Resto a casa, si, ma non è una rinuncia: è una conquista.
Adesso posso prendermi cura di me. Posso respirare, fermarmi, ascoltarmi.
Posso vivere davvero il tempo che ho, senza scappare.
E, in fondo, non è poco.

Orazio

Casa…

un rifugio solitario, dove potersi riparare dai tanti rumori esterni e forse anche da quelli interni, dai ronzii che a volte mi prendono quando penso troppo, dal fastidio che provo quando le voci delle altre persone si alzano e siaccumulano.

Non ho paura della solitudine!

Per me è un luogo da abitare, il mio luogo protetto, fatto di piccoli gesti, movimenti precisi, e dal ritrovare il silenzio che mi serve per vivere fuori dal tempo. Mi piace restare da solo a guardare la televisione, una partita di calcio e godere della calma che mi permette di dedicarmi alle azioni dei giocatori che osservo nel dettaglio senza distrazioni, senza dover parlare, senza dover commentare o spiegare.

Poi c’è il mio laboratorio, la mia casa nella casa.

Il luogo che sento mio, dove posso dare forma alla mia più grande passione. La passione dell’elettronica, la curiosità nel creare attraverso fili e circuiti mi ha sempre accompagnato.

Quando ero piccolo, ricordo, che attendevo con trepidante attesa il postino. Quando ancora non c’era tutta questa velocità nei trasporti e nella scelta, l’attesa faceva parte del gioco, faceva salire l’emozione e la sorpresa e la curiosità nel verificare che tutti i pezzi erano giusti. Che gioia vedere il postino consegnarmi il pacco e che felicità nel sentire il peso del pacco tra le mie mani! Di corsa in camera/laboratorio a scartare e a maneggiare tutte quelle cose. Mi sentivo me stesso, pieno di vitalità, senza altri pensieri… i transistor, soprattutto, loro si, sapevano come parlarmi, come Frankenstein con la sua creatura.

Forse è proprio in questi momenti da “piccolo creatore” che ho imparato ad apprezzare la solitudine e, col passare degli anni, a tollerare sempre meno la presenza di troppe persone. Stare solo senza sentirmi solo.


Poi é arrivata la diagnosi.

Parkinson, senza nessuna pietà, senza nessuna via d’uscita, ma solo l’accettazione della nuova situazione. Una nuova condizione dell’esistenza.

Negli anni ho capito che non è un qualcosa di estraneo, ma è diventato un nuovo modo del mio essere e, con esso, anche io mi sono modificato. I primi anni pieni di tristezza, dolore, rabbia… depressione… il mio spazio solitario era diventato troppo oscuro e per aiutarmi mi hanno prescritto “ginnastica, socializzazione e uscite…”. Prima controvoglia, poi piano piano apprezzando sempre di più i momenti condivisi, mi sono aperto ad un nuovo modo di vivere.

La solitudine mi accompagna ancora in questo spazio tutto mio dove posso continuare a fare le mie cose, con più lentezza, con una lente gigante per ingrandire i pezzi… ma ho capito che ci sono relazioni che bisogna viversi, mi sono aperto al mondo e il mondo ha risposto facendomi conoscere persone meravigliose che probabilmente non avrei incontrato.

Condivido momenti di gruppo molto più di prima e assaporo la gioia di stare insieme. Oggi esco di più. Oggi scelgo, di più e meglio, quando e con chi. Ho riscoperto il piacere dell’amicizia e del condividere…. casa è diventato il luogo dove rifugiarmi quando ho bisogno, ma anche condividere quando le possibilità si offrono.
Cosa mi sta dicendo questa patologia?

Sicuramente che la porta di casa va tenuta aperta, ora più di prima e forse mi sta dicendo che accogliere con consapevolezza ci regala momenti preziosi che mi fanno apprezzare ancora di più i miei momenti di solitudine. Non si invadono, non si mischiano, anche loro abitano con me all’interno di uno spazio rinnovato che è la mia casa, ma è anche il mio corpo stesso.