Tiziana

C’era una volta una casa, quattro mura utili per consentire il passaggio, fare i servizi indispensabili di cambio, appoggio e poi uscire di corsa per vivere fuori da li. Lavoro, uscite, spesa, shopping, incontri con amiche … la vita era altrove e rimanere lì dentro mi dava irrequietezza.
Mi scattava una strana sensazione di frenesia, di dover andare via e uscire, perchè credevo che la vita sarebbe scappata via se non fossi uscita ad inseguirla.


C’era una volta una casa, un luogo per permettermi di esistere altrove.
Eppure non sono riuscita a separarmi da quelle mura. Mio marito lavorava a Bologna… ma io no, io non l’ho voluto raggiungere. Troppo lontano dalla mia famiglia. Con mia mamma ho sempre avuto un rapporto molto stretto e non sono riuscita a separarmi da lei e dal resto della mia famiglia.
Oggi mi dico per fortuna.
Prima pensavo di aver perso un’opportunità importante…chissà.
Ora, con la diagnosi, no …. Io resto.
Resto in questa città, resto a casa di mia madre e resto nel ruolo di figlia, per necessità. Lei è forte, incredibilmente forte. Una di quelle donne che sembrano fatte di un’altra materia. Va al mare, si organizza, vive. La guardo e mi sembra di non aver ripreso nulla da lei. Guardo mia figlia, l’altro grande amore e collante della mia vita, e so che la forza di mia madre è passata a lei.

E allora va bene anche così.


Da quando ho ricevuto la diagnosi, Parkinson, la mia vita è cambiata.
Il mio corpo si è trasformato e sono entrata in un’altra dimensione…e allora… c’era una volta una casa solitaria, ora non più.
Ora c’è una casa che si è trasformata in fortezza. Il mio castello imbattibile, dove mi sento sicura, dove la vita scorre solo dentro le sue mura e fuori…fuori tutto diventa più grande di me. Con forza inaspettata e con crudele prepotenza è tornata lei, una compagna che pensavo di aver lasciato definitivamente, una tenaglia che mi stringe forte fino quasi a soffocarti.
Lei, la depressione.
La conoscevo come presenza discreta, quasi educata ora è una voce che riempie tutto, che anticipa ogni gesto e che grida “Non ce la fai”.
…e io le credo… piango e mi blocco.
Resto così nel soggiorno, la mia stanza preferita. Guardo la televisione, pedalo sulla mia ciclette … mi sono costruita una routine perfetta, tutto è alla mia portata, mi sento serena, mi conforta e qui neanche la sua voce può nulla. In questa casa si svolge la mia vita, fatta di gesti lenti, movimenti silenziosi e parole che si dilatano nel tempo. Ogni gesto è al suo posto, ogni orario è rispettato e nessuna variazione può avvenire.
Mi sembra una prigione, ma questa rigidità mi consola.
Vorrei uscire, vorrei tornare a vivere, vorrei aprirle la porta e dirle di andare via, sia alla depressione sia al Parkinson…ma poi le forze mi abbandonano.
E allora resto.