Raffaele

Mi hanno chiesto di parlare di casa, di quello che sento quando penso a “casa”…la verità è che ci ho provato, ma ho preferito non pensare…

La mia vita si è spezzata in due. 

C’è un prima e c’è un dopo. In mezzo solo una parola che non si dimentica: Parkinson.

Una diagnosi, uno spartiacque netto, senza ponti. 

Prima ero altro, migliore? Non saprei, ma intero. Avevo un ritmo, un senso, una direzione. Lavoravo sempre fuori, mesi lontano da casa come funzionario in un’azienda che mi chiedeva presenza continua, tanto che ho tralasciato la famiglia. La casa la sfioravo appena, come un luogo di passaggio che non ho mai abitato, ma che tuttavia sapevo esserci. Era mia. Era della mia famiglia, nostra. 

Una villa grande, piena di spazio, piena di possibilità. C’erano anche gli animali, avevamo molti cani, presenze silenziose e allegre, piene di vita, riempivano gli angoli del giardino e regalavano grande affetto. 

Poi la casa si è svuotata, era diventata troppo grande e così abbiamo deciso di traslocare. Devo dire che questo passaggio non è stato difficile, siamo una grande famiglia ed ognuno di noi ha portato qualcosa, una scatola, un quadro, una pianta … un pezzetto di sé … un passaggio semplice, rapido… 

Poi una parola e tutto si è incrinato. 

Dopo la diagnosi è come se un velo fosse calato davanti ai miei occhi. Lo vedo, lo riconosco. So che c’è e so anche che si chiama depressione. Ma sapere non basta. 

Sono riuscito a pronunciare davanti ad altri questa parola solo pochi giorni fa. 

Mi sta divorando. 

Guardo gli altri e li vedo reagire, li sento parlare di forza… di un senso della malattia… di rinascita. 

Io no.

Io resto fermo. Seduta davanti alla televisione, le ore scorrono senza lasciare traccia. Il gatto accanto, come unica compagnia che non mi chiede spiegazioni. 

Non esco, non voglio vedere nessuno. Non voglio sentire nessuno. 

Soprattutto, non voglio quello sguardo. 

Lo sguardo pieno di compassione. Non quella che scalda, ma quella che separa. Quella che ti rende altro. Patetico, fragile, diverso. E la verità è che hanno ragione.

Perché io lo so.

So che sono diverso, lo sento inconfondibilmente. 

So che una parte di me è morta.

E non lo accetto!

Come si può accettare la propria morte, quando si è ancora vivi?

Come si fa a riconoscersi, quando ciò che eri si è trasformato?

Non sono più quello di prima, non sono più io…

E allora chi sono?

Non sono pronto per la risposta così mi siedo davanti la televisione e guardo quello che mi propone senza troppo entusiasmo, in un tempo sospeso che non mi appartiene. 

La casa oggi non è più un rifugio, ma lo specchio di ciò che sono diventato. 

Un luogo che vivo, ma che fatico ad abitare.