Casa…
un rifugio solitario, dove potersi riparare dai tanti rumori esterni e forse anche da quelli interni, dai ronzii che a volte mi prendono quando penso troppo, dal fastidio che provo quando le voci delle altre persone si alzano e siaccumulano.
Non ho paura della solitudine!
Per me è un luogo da abitare, il mio luogo protetto, fatto di piccoli gesti, movimenti precisi, e dal ritrovare il silenzio che mi serve per vivere fuori dal tempo. Mi piace restare da solo a guardare la televisione, una partita di calcio e godere della calma che mi permette di dedicarmi alle azioni dei giocatori che osservo nel dettaglio senza distrazioni, senza dover parlare, senza dover commentare o spiegare.
Poi c’è il mio laboratorio, la mia casa nella casa.
Il luogo che sento mio, dove posso dare forma alla mia più grande passione. La passione dell’elettronica, la curiosità nel creare attraverso fili e circuiti mi ha sempre accompagnato.
Quando ero piccolo, ricordo, che attendevo con trepidante attesa il postino. Quando ancora non c’era tutta questa velocità nei trasporti e nella scelta, l’attesa faceva parte del gioco, faceva salire l’emozione e la sorpresa e la curiosità nel verificare che tutti i pezzi erano giusti. Che gioia vedere il postino consegnarmi il pacco e che felicità nel sentire il peso del pacco tra le mie mani! Di corsa in camera/laboratorio a scartare e a maneggiare tutte quelle cose. Mi sentivo me stesso, pieno di vitalità, senza altri pensieri… i transistor, soprattutto, loro si, sapevano come parlarmi, come Frankenstein con la sua creatura.
Forse è proprio in questi momenti da “piccolo creatore” che ho imparato ad apprezzare la solitudine e, col passare degli anni, a tollerare sempre meno la presenza di troppe persone. Stare solo senza sentirmi solo.
Poi é arrivata la diagnosi.
Parkinson, senza nessuna pietà, senza nessuna via d’uscita, ma solo l’accettazione della nuova situazione. Una nuova condizione dell’esistenza.
Negli anni ho capito che non è un qualcosa di estraneo, ma è diventato un nuovo modo del mio essere e, con esso, anche io mi sono modificato. I primi anni pieni di tristezza, dolore, rabbia… depressione… il mio spazio solitario era diventato troppo oscuro e per aiutarmi mi hanno prescritto “ginnastica, socializzazione e uscite…”. Prima controvoglia, poi piano piano apprezzando sempre di più i momenti condivisi, mi sono aperto ad un nuovo modo di vivere.
La solitudine mi accompagna ancora in questo spazio tutto mio dove posso continuare a fare le mie cose, con più lentezza, con una lente gigante per ingrandire i pezzi… ma ho capito che ci sono relazioni che bisogna viversi, mi sono aperto al mondo e il mondo ha risposto facendomi conoscere persone meravigliose che probabilmente non avrei incontrato.
Condivido momenti di gruppo molto più di prima e assaporo la gioia di stare insieme. Oggi esco di più. Oggi scelgo, di più e meglio, quando e con chi. Ho riscoperto il piacere dell’amicizia e del condividere…. casa è diventato il luogo dove rifugiarmi quando ho bisogno, ma anche condividere quando le possibilità si offrono.
Cosa mi sta dicendo questa patologia?
Sicuramente che la porta di casa va tenuta aperta, ora più di prima e forse mi sta dicendo che accogliere con consapevolezza ci regala momenti preziosi che mi fanno apprezzare ancora di più i miei momenti di solitudine. Non si invadono, non si mischiano, anche loro abitano con me all’interno di uno spazio rinnovato che è la mia casa, ma è anche il mio corpo stesso.