Tre case, tre luoghi, tre modi diversi di essere al mondo.
La prima casa è lontana, oltre il mare. È in Argentina a La Plata. Mio padre emigrò lì per trovare lavoro e, un anno dopo la sua partenza, io e mamma lo raggiungemmo in quei luoghi dove ho imparato ad essere bambina. Ricordo la luce, una luce piena, calda, che sembrava non finire mai. Ricordo le risate, le amiche, la scuola. Ricordo che volevo sempre andare io, nel turno di mattina, ad alzare la bandiera e quando facevo il turno di pomeriggio correvo felice ad abbassarla. Un piccolo rito che dava ordine al tempo, che mi restituiva il calore della casa, la mia casa, il mio luogo, la mia infanzia felice.
Tutto aveva il sapore della scoperta, guardato con gli occhi curiosi di chi non ha paura del mondo, ma lo assapora ogni momento. Anche il viaggio di ritorno lo ricordo come un sogno: la nave, il mare, una felicità sospesa, luminosa.
Per anni ho avuto una nostalgia tremenda, mi mancavano le amiche, mi mancava la scuola, mi mancava quella serenità. Una nostalgia che mi ha tenuta in ostaggio, perché i luoghi dell’infanzia, quando sono stati felici, non si abbandonano mai davvero: restano dentro, come una stanza sempre illuminata.
Alcune amiche le sento ancora oggi, benché non ci sia stata più l’opportunità di vedersi di persona.
La seconda casa è arrivata con l’amore. Con mio marito ho costruito una nuova vita ed un nuovo luogo, ho assaporato di nuovo quella sensazione di calore e accoglienza nelle mura che mi appartenevano. Mia mamma è venuta ad abitare con noi. Non ci siamo mai separate, noi due, prima ero io a vivere con lei, poi è stata lei con me. Non ci siamo mai lasciate davvero.
Era una casa piena di armonia. Un compagno capace di starmi accanto, di accogliere la mia forza, le mie decisione senza mai spegnere il mio entusiasmo. I bambini, poi, hanno ridato il sorriso alla casa. Una risata viva, cristallina, che mi ha fatto tornare indietro nel tempo a quando ero bambina, facendomi ritrovare ciò che pensavo fosse perduto: la luce dell’infanzia… ma più consapevole.
La casa ha cambiato respiro… e anche io.
Poi è arrivata la terza casa, il mio terzo mondo, quello che abito ancora oggi.
Non l’ho scelta, ma l’ho abitata lo stesso.
La perdita di mia mamma, la malattia improvvisa di mio marito, la sua di scomparsa… i figli, ormai cresciuti, pronti a varcare la soglia della porta d’uscita con la valigia in mano…
Le stanze si sono svuotate piano piano, senza rumore. La casa è rimasta, ma diversa, più silenziosa.
Eppure non è rimasta vuota.
Sono rimaste le amicizie. Quelle vere. Quelle che non hanno bisogno di sangue per essere famiglia. L’amicizia per me è una casa che si sceglie, ogni giorno, nonostante tutto.
È una porta aperta, un gesto, una presenza che entra quando la luce si abbassa.
Credo che nel buio, al calar della sera, quando il tramonto lascia scorrere senza freni il dolore che si è provato, con te resta solo chi ha la capacità di farlo.
Si condivide un sentimento, che se negativo può trasformarsi in qualcosa di positivo. Pochi amici, ma capaci di scaldare il cuore di una folla.
E allora si ricomincia. Si esce, si vive, ci si aiuta, ci si sostiene e si impara a vivere più case, quella dove ce n’è più bisogno.
Ed è forse questa la bellezza della vita: restare, nonostante tutto.