Caterina

La mia casa, quella con le quattro mura, sono io. 

Casa parla di me, racconta di me e si nutre di me, del mio passato, dei miei dolori e delle mie felicità. 

Dentro casa mi sembra di rientrare in una sorta di grembo materno, dove mi abbraccia il calore di chi vive con me e di chi passa di lì per una festa, un caffè, un saluto o una chiacchierata e, allo stesso modo, riceve un abbraccio pieno di cura da me.

Perché casa è famiglia.

E’ stare insieme, prendersi cura nel preparare un dolce per una prossima visita, assaporare la compagnia delle amiche/amici che mi vengono a trovare. 

La casa è diventata ora il mio spazio, dove mi riconosco e dove posso essere me stessa nei momenti felici e in quelli pieni di dolore. 

Lei, la casa, sa accogliere ogni emozione, le assorbe e le trasforma in atmosfere e io lì mi sento serena. 

Ma non è stato sempre così, sono cambiata molto in questi anni… 

Se le quattro mura potessero parlare racconterebbero di un profondo dolore, della morte di mio fratello, annegato, senza che nessuno dei presenti potesse dargli una mano, farlo risalire da quelle acque che sembravano più una pozzanghera che un lago… ma sono bastate per strapparlo alla vita, per strapparlo e me… e con lui il mio cuore si è spezzato. 

In quello stesso periodo mia mamma stava in ospedale affrontando la sua di malattia e li ha passato la giornata quando sono entrata in un’altro reparto per riconoscere il corpo di mio fratello. 

Il mio stomaco ha iniziato a chiudersi fino a rifiutare ogni cosa, non riuscivo a bere, non riuscivo a mangiare, non riuscivo a respirare… avevo 18 anni ed erano troppo pochi per un dolore così grande. 

Il corpo cede ed arriva la mia malattia. Sospettano un tumore allo stomaco, non capiscono, non guardano, non curano… psicofarmaci per tamponare, per prendere tempo, per non avere nessun richiamo dalla coscienza. Mi ricoverano a Torino, ma anche qui sembra che nulla possa dare sollievo al mio dolore. Nel frattempo perdevo peso, ero così magra che mi vergognavo ed ho iniziato ad allontanare tutti.
Come si può condividere un dolore così grande?

Come si può anche solo far capire cosa si prova ad un’altra persona? 

E poi… chi sono io per condannare qualcuno a cui voglio bene a sorreggere un peso così grande? 

Tutti lontano, tutti via… e piano piano tutti si sono allontanati e io sono rimasta sola. 

Sola con me stessa, sola con un corpo che non voleva sapere più di funzionare, sola con una montagna enorme … bloccata, schiacciata da tutto questo… 

A tirarmi su c’è stato mio marito. Lui non si è spaventato, mi ha abbracciato e ha accolto me, il mio peso, la mia storia e mi ha portato in questa casa dove il dolore si è iniziato a sciogliere, dove sono arrivati i bambini e le loro cristalline risate hanno riempito le mura tornando ad essere luminose. 

Lui non ha avuto paura delle mie fragilità, ma sono state il nostro collante; i bambini, ora sono grandi, mi hanno ridato il senso della casa come calore, della casa che può ancora accogliere. Mi piace quando vengono a casa, torno a sentirmi bene quando apro la porta ad amici e parenti, mi scaldano il cuore ed io sono tornata ad avere voglia di essere serena con loro, di prendermi cura di chi viene a trovarmi e di chi voglio bene. 

Non ho il Parkinson, l’etichetta di una patologia in fondo serve ai medici… ma solo chi ha provato su di sé un cambiamento fisico, che affonda nel dolore profondo le radici della propria trasformazione, può comprendere e sorridermi, infondendomi il coraggio di ritrovare me stessa. 

Sono qui perché le relazioni profonde con le persone nascono quando si condivide una storia, la propria storia, a cuore aperto, senza vergogna, senza timore del giudizio, senza sentirsi scomodi. 

Questa è la medicina più grande che ci sia.