Casa, un luogo, un’atmosfera, un’emozione.
“Cosa significa casa per te?”
Oh mamma che domanda!
Le prime immagini che sono arrivate mi hanno riportato alla mia infanzia e allora no, non era un luogo fisico casa.
Le quattro mura dove sono cresciuta erano vuote. A casa percepivo l’assenza di mio padre, scomparso prematuramente, l’assenza di mia madre, che ha lavorato tantissimo per dare a noi bambine una certezza di crescita e l’assenza della mia infanzia, scomparsa per prendermi cura delle sorelle più piccole.
Per molto tempo la parola casa non ha trovato un luogo in me e fuori di me, così uscivo, provavo a scappare da tutto questo e andavo alla ricerca di chissà cosa…
Ho trovato l’abbraccio di una casa nei viaggi che abbiamo fatto con mio marito: un camper e noi in giro. Mi sentivo nel posto giusto percorrendo le strade, guardando i paesaggi scorrere e, con loro, correvano via i pensieri.
Nel tempo, però, io e lui abbiamo dato forma alla nostra casa, finalmente mura capaci di accogliere, di dare presenza. La sua, quella di mio marito, che ha trovato nella nostra famiglia ciò che non aveva avuto, la mia che ho avuto la stessa fortuna. Ognuno di noi è riuscito ad esprimersi senza timore di giudizio, quelle pareti che sono diventate nostre con la nascita dei figli.
Casa come relazione e rispetto dei propri spazi e della propria individualità in coppia …ora che non ci sei più casa è rimasta il luogo della nostra presenza. Ci sei in tutti gli oggetti di ferro che hai costruito, ci sei nei colori dei fiori che amo curare, ci sei nell’aria e nell’odore che respiro. Sei una presenza leggera, quasi superficiale, ma capace di rassicurarmi, di proteggermi ancora.
Ora a casa nostra mi chiedo come ti senti, cosa provi in questo momento.
Domande che non sono mai riuscita a farti guardandoti negli occhi, quando eri con me.
E allora respiro a fondo e ti sento, sento il tuo sguardo che si posa su di me e percepisco la tua risposta.
Che forma ha la presenza quando diventa invisibile?
Abbiamo vissuto gli ultimi anni della tua vita alle prese con il Parkinson, una fatica incredibile restare in quelle condizione, la malattia ti ha consumato rapidamente e come un’eco, come una continuità che non ho scelto, mi hai lasciato in eredità.
La mia diagnosi poco tempo dopo la tua dipartita.
Stessa condanna, diverso mostrarsi.
… ora, più di tutto, vorrei che fossi tu a chiedermi: “come stai?”