Antonietta

Dunque casa mi fa pensare alle trasformazioni della vita. Da adulti casa è il luogo del deposito: posi la spesa, posi i bambini, posi le carte e la posta, tutto ha un ordine rapido e fugace e tu corri!

Corri dietro al lavoro, corri dietro alle attività dei bambini, corri sotto gli impegni presi e corri dietro al tempo che se ne va… Dentro casa non stai un attimo ferma, cucina, pulisci, sistema i bimbi e fai i compiti con loro mentre apri il computer per lavorare. Respira in fretta che devi sistemare i panni e rassettare la cucina, arrivano ospiti e allora prepara, fai il dolce e metti la tovaglia, quella bella che dà luce alla cucina…


Poi i figli crescono e arriva la diagnosi: Parkinson.

Tutto cambia e la casa perde la sua frenesia. Diventa il luogo della lentezza, dei movimenti goffi, dei respiri profondi…in fondo non devo più correre dietro a nessuno, ma solo prendermi cura di me. In questa nuova dimensione ho riscoperto l’abitate la mia casa, un accumulo di foto, che parlano di tutta la mia famiglia, un accumulo di oggetti e cimeli che parlano di un noi che ha inseguito il tempo e l’ha trovato solo quando ci si è fermati, e neanche per volontà propria!

La malattia mi ha fatto scoprire un nuovo modo di vivere, assaporare il presente, gustare gli attimi. Una rivoluzione a cui non avrei pensato…sedermi e vedere la televisione…
sono proprio io?

Che meraviglia, il presente, il dono da condividere con tutta la mia famiglia che piano piano si allarga sempre di più, con compagni e compagne e
nipotini arrivati e in arrivo.
Finalmente sto bene in casa, la mia casa che da accoglienza. Mi piace quando è piena di voci, quando è piena di presenze e le risate, le chiacchiere si alzano e riempiono tutti gli spazi, mi piace continuare ad appendere foto che raccontano la nostra storia e mi piace condividerla. Il paradosso di tutto questo è che ho la sensazione che la malattia mi abbia restituito qualcosa: il tempo per me. Prendermi cura della mia persona e apprezzare la mia stessa lentezza.

In queste restrizioni fisiche mi scopro libera.

Libera dai doveri incessanti, dalle corse, dalle urgenze che prima riempivano
ogni spazio. Resto a casa, si, ma non è una rinuncia: è una conquista.
Adesso posso prendermi cura di me. Posso respirare, fermarmi, ascoltarmi.
Posso vivere davvero il tempo che ho, senza scappare.
E, in fondo, non è poco.